La Cassazione torna ad occuparsi della nozione di rifiuto (Cass. Pen., Sez. III, del 13 settembre 2018, n. 40687), ribadendo che è ormai da escludere una valutazione soggettiva della natura dei materiali da classificare o meno quali rifiuti.  Il “rifiuto” non si identifica in ciò che è inutile alla stregua di una scelta individuale, ma in ciò che è qualificabile come tale in base a dati obiettivi che definiscano la condotta del detentore o un obbligo al quale lo stesso è comunque tenuto, quello, appunto, di disfarsi del suddetto materiale.
Per di più la natura di rifiuto di un determinato materiale non viene meno in ragione di un accordo di cessione a terzi, né del valore economico dei beni stessi riconosciuto nel medesimo accordo, occorrendo fare riferimento alla condotta e volontà del cedente di disfarsi dei beni, e non all’utilità che potrebbe ritrarne il cessionario.
In buona sostanza, le oggettive caratteristiche di una sostanza o un oggetto, la sua origine, le condizioni in cui è rinvenuta si pongono quali indicatori della qualificazione come rifiuto. E ciò perché  si può sulla base di ciò verificare se l’originario detentore abbia inteso disfarsene e soprattutto perché è possibile constatare la necessità o meno di specifiche attività di gestione, quali il recupero, cui sono sottoposti i rifiuti.

fonte: ambientelegale.it

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